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giovedì 31 gennaio 2013
Il “mistero” dei numeri di maglia

Dietro ogni numero c’è una storia, magari anche una banalità. Ecco perché abbiamo provato a raccontare qualcuna di queste storie dei giocatori dell’Olimpia.

Alessandro Gentile, numero 25 – “Mio padre giocava con il 5, io ho scelto il 15 perché conteneva il 5 ma quando sono venuto a Milano il numero era occupato. Allora sono passato al 25 sempre mantenendo il 5″.

Keith Langford, numero 23 – “Giocavo con il 5 perché era il numero di Jalen Rose, uno dei miei primi idoli. Quando non è stato disponibile ho puntato sul 15. A Milano ho trovato occupati tutti e due i numeri, Jacopo non mi ha ceduto il suo e allora ecco il 23, ovvero 2+3=5″

Nicolò Melli, numero 18 – “Avrei voluto giocare con il 9, perché era il numero di maglia di mia madre Julie quando giocava a pallavolo. Ma non sono riuscito a indossarlo né a Reggio Emilia né a Milano. Quando venni qui l’aveva Marco Mordente, il capitano, poi sono andato in prestito a Pesaro e al ritorno era stato preso anche Fotsis e lui voleva il 9. Mi sono inchinato alla sua storia”.

Leon Radosevic, numero 43 – “Il mio primo numero è stato il 10 ma quando sono arrivato al Cibona Zagabria era impossibile indossarlo perché era stato ritirato in memoria di Drazen Petrovic. Allora mi sono guardato attorno e ho scelto un numero che non avevo mai visto indossare da nessuno di particolare perché fosse solo mio: il 43″.

Ioannis Bourousis, numero 15 – “Ho sempre giocato con il 9 ma senza una ragione specifica, mi piaceva il numero. All’Olympiacos avevo il 9. Qui sono venuto insieme a Fotsis e abbiamo deciso che l’avrebbero preso lui. Non ci sono altre ragioni: il 15 era libero, l’ho preso”.

Marques Green, numero 30 – “Al college scelsi il 4 perché era il numero preferito di mia sorella e ho cercato sempre di mantenerlo. A Zagabria non era disponibile e ho scelto il 44. A Milano il 4 non si può utilizzare, avrei voluto l’8 (cioè 4+4)ma era quello di Mike D’Antoni per cui non era possibile e allora ho cambiato scegliendo il 30. 3 e 0 sono i numeri preferiti di mia moglie. Quando scelgo un numero faccio sempre contento qualcuno!”

Malik Hairston, numero 7 – “Il mio numero sarebbe l’1, lo avevo anche nella NBA a San Antonio, ma quando mi sono trasferito nella D-League tra quelli disponibili il 7 era il mio preferito e da quel momento non l’ho più abbandonato”.

David Chiotti, numero 13 – “E’ il mio numero fortunato, quello che indosso da bambino e non ho mai abbandonato. Quando giocavo a baseball da piccolo ho avuto anche il 3, ma poi non si poteva e allora ecco il 13. Negli Stati Uniti è un numero nefasto ma non mi ha mai preoccupato la scaramanzia. A me porta bene”

JR Bremer, numero 22 – “Avrei voluto giocare con il 9, il mio primo numero nella NBA, a Boston, ma è quello di Fotsis. Per questo ho puntato sul 22 che è lo stesso dei tempi del college e lo stesso che indossava mio padre quando giocava a football”.

Antonis Fotsis, numero 9 – “Non c’è una ragione precisa, ho cambiato diversi numeri da bambino fino a quando non sono arrivato ad indossare il 9. Dopo due o tre volte mi sono affezionato e oggi è il mio numero”.

Jacopo Giachetti, numero 5 – “Ho scelto il 5 senza un motivo, mi piaceva. Da quel momento ho sempre giocato con il 5, tranne il mio primo anno a Roma, perché Tyus Edney arrivò prima di me e lo prese lui. Così dovetti ripiegare sul 6, ma appena possibile sono tornato al 5”.

Gianluca Basile, numero 55 – “Quando ho cominciato a giocare avevo scelto il 7 perché c’era un giocatore, a Ruvo di Puglia, si chiamava Gianluca Catalano, che mi piaceva tantissimo. Ho tenuto il 7 a Reggio Emilia, ma quando sono andato a Bologna lo aveva Gregor Fucka e scelsi il 9. Ma arrivò brevemente Vinny Del Negro e glielo lasciai ripiegando sul 12, che poi mi fu “portato via” da Marko Milic. Così arrivò il 5 che ho mantenuto fino a quando, indisponibile a Cantù e Milano, è diventato 55”.