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Happy 70 al più Grande di tutti: Dino Meneghin

18/01/2020
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Era il 18 gennaio 1950 quando ad Alano di Piave, provincia di Belluno, nacque il più grande giocatore nella storia della pallacanestro italiana. Dino Meneghin oggi compie 70 anni: la sua storia personale ha attraversato l’intera storia del basket europeo e ovviamente dell’Olimpia Milano. Il ritiro della maglia numero 11 effettuato quest’anno ha rappresentato non un premio, ma un onore, un atto dovuto per un giocatore che ha vinto cinque scudetti a Milano, la Coppa Intercontinentale e due Coppe dei Campioni che si sommano alle cinque conquistate a Varese.

Dino Meneghin era considerato vecchio quando arrivò a Milano sulla scia dell’eliminazione dalla semifinale scudetto dell’anno precedente. Dall’arrivo di Dan Peterson in panchina da Bologna, l’Olimpia aveva sfiorato lo scudetto almeno tre volte. Qualcosa mancava. Nell’estate del 1981 arrivarono Meneghin e Roberto Premier. Dino in un certo senso aveva già fatto la sua carriera: strappato all’atletica leggera, al lancio del peso, da Nico Messina, diventò subito una star nella pallacanestro, a Varese. E inizialmente fu un grandissimo avversario, un nemico giurato di tre scudetti assegnati dopo spareggio. Le battaglie con Arthur Kenney sono leggenda. Quando Kenney venne a Milano per il ritiro della sua maglia numero 18 mostrò la canotta originale, bianca, con tracce di sangue sul petto. “Posso garantire che non è sangue mio, dovrei fare il test del DNA ma giurerei che è di Meneghin”, raccontò scherzando ma non troppo. A Varese, Meneghin giocò dieci finali di Coppa dei Campioni consecutive vincendone cinque, diventando uno dei più grandi giocatori nella storia del basket europeo, un uomo che sarebbe entrato nella Hall of Fame di Springfield.

Nel 1970 gli Atlanta Hawks lo trasformarono nel primo giocatore europeo scelto da un club NBA, ma erano altri tempi e quei diritti sarebbero poi morti nelle mani del club. A metà degli anni ’70 i New York Knicks lo invitarono in America. Venti anni dopo sarebbe salito sul primo aereo, ma nel 1974 Meneghin restò a Varese. Fino a quando il club di riferimento del basket europeo di quel decennio nel 1981 non dovette cederlo per ricostruire. Fu il primo grande colpo di mercato della gestione di Gianmario Gabetti: “Andai a pranzo con il general manager Cappellari e con Dan Peterson. Mi spiegarono per filo e per segno com’era la squadra. Non fecero fatica a convincermi: mi sembrava di essere già uno di loro. L’alternativa era Venezia: una città bellissima, un bel progetto di Roberto Carrain, il proprietario, ma lontana da Varese. Preferivo rimanere a casa: e poi Milano mi ha dato la possibilità di avere una seconda grande carriera al vertice. In nessun altro posto sarebbe stato possibile. Solo a Milano il secondo posto era considerato un mezzo fallimento. Venivo da Varese dov’era lo stesso”.

A Milano, Meneghin andò assieme ad un conguaglio economico e il playmaker Dino Boselli, il gemello di Franco. Meneghin aveva 31 anni, si infortunò subito e generò ogni tipo di speculazione sull’integrità fisica di un giocatore che aveva sempre fatto attività azzurra, era abituato a stagioni lunghe e massacranti e non si era mai risparmiato. Ma una volta rientrato, il pubblico di Milano non esitò ad adottarlo: Meneghin era un guerriero, che si spezzava ma non si rompeva mai. “Pensavo di giocare un paio di anni e poi di ritirarmi – dice – All’inizio stavo male perché mi infortunai e soffrivo per chi mi aveva scelto”. Avrebbe firmato all’Olimpia un altro decennio di vittorie, giocando centro e ala grande, facendo il gregario e la stella, difendendo sull’ala piccola quando indispensabile per il bene comune. “Dan Peterson mi spinse a pensare diversamente, mi pose come obiettivo quello di giocare le Olimpiadi di Los Angeles nel 1984”. Ed è quello che successe. E successe molto altro. La sua personalità si integrò alla perfezione con quel gruppo di giocatori di Milano, capitanato da Mike D’Antoni. Meneghin era uno sdrammatizzatore, immune alla pressione, che non parlava mai di basket fuori del campo e scherzava sempre. Il contrario di D’Antoni e in seguito di Bob McAdoo.

Così invece di rimanere due anni a Milano, rimase fino al 1990 e non si ritirò neppure allora, perché finì la carriera giocando a Trieste e infine un ultimo anno ancora all’Olimpia, a 44 anni. In pratica, si trasformò in un miracolo di longevità, dopo essere stato un miracolo come giocatore vincente. Buon compleanno, Dino.