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giovedì 1 agosto 2013
Hall of Fame 21: Dan Peterson

L’Olimpia superò la prima vera grande crisi della sua storia, culminata con la retrocessione in A2, portando a Milano Dan Peterson, nato a Evanston sul Lago Michigan, praticamente a Chicago. Dopo Rubini, con Gamba che era andato a Varese per correre da solo, c’era stato l’intermezzo Pippo Faina, abbastanza bravo da vincere una Coppa delle Coppe, abbastanza sfortunato da battezzare la retrocessione e di nuovo in grado di riportare subito la squadra in Serie A. Peterson arrivò a Milano da Bologna dove aveva vinto uno scudetto e si era affermato. Prima di venire in Italia era un coach abbastanza sconosciuto: era stato assistente a Michigan State, capoallenatore con buoni risultati a Delaware e poi aveva ottenuto i migliori risultati della storia della Nazionale cilena. Arrivò alla Virtus Bologna perché il prescelto, Rollie Massimino, all’ultimo momento ricevette la proposta irrinunciabile di Villanova, e lui era libero. A Milano ebbe un successo strepitoso e firmò un’epoca d’oro del club: nel 1979 portò la squadra in finale ed era la cosiddetta “Banda Bassotti” che giocava quasi sempre con quattro piccoli, nel 1982 vinse però lo scudetto inserendo Dino Meneghin accanto a John Gianelli. L’Olimpia giocò sei finali consecutive sotto Dan Peterson: vinse anche nel 1985, nel 1986 e nel 1987, perse nel 1983 cedendo a Roma all’Eur davanti a 12.000 spettatori contro la squadra di Larry Wright e nel 1984 in casa contro Bologna giocando senza Meneghin, squalificato dopo la vittoria di gara 2 in Emilia. Peterson fu grande in panchina e anche fuori, diventò un personaggio televisivo, un testimonial pubblicitario, un giornalista di successo. Rese famose la zona 1-3-1 e il gioco a elle D’Antoni-Meneghin o slogan come “sputare sangue”. E ricostruì la mentalità internazionale del club: portò l’Olimpia a due finali di Coppa dei Campioni, perse di uno con Cantù a Grenoble nel 1983 ma vinse contro il Maccabi nel 1987, fece il “Grande Slam” dell’87 ma vinse anche la Coppa Korac nel 1986. Fu decisivo nel dialogare con grandi campioni NBA come Bob McAdoo e Joe Barry Carroll, ma anche a valorizzare giovani americani quali Russ Schoene e Cedric Henderson. Si ritirò a 51 anni nel 1987, tornando in panchina nel 2011! Il più famoso coach nella storia del basket italiano.