Successiva
Precedente
venerdì 25 gennaio 2013
Green, il piccolo grande regista

Di seguito la cover-story su Marques Green che appare anche sul Game Program di EA7 Emporio Armani-Saie3 Bologna in distribuzione domenica al Mediolanum Forum (palla a due alle 18.15).  

“Se fosse stato facile l’avrebbero fatto tutti”. Lo dice Tom Hanks in un vecchio film in cui interpreta la parte dell’allenatore di una squadra femminile di baseball. La citazione è una delle preferite di Marques Green e si adatta alla perfezione ad un giocatore di 1.65 che ha avuto successo in uno sport dove la statura ha un ruolo e le persone come lui non dovrebbero avere diritto di cittadinanza. Invece Green ce l’ha: non avrà trovato mai spazio nella NBA, ma ha giocato tre anni ad Avellino, vincendo la Coppa Italia e portando la squadra irpina in Eurolega (lui non partecipò perché si trasferì al Fenerbahce, curiosamente la stessa squadra da cui proviene JR Bremer, suo compagno anche ai tempi del college).

Le sfide impossibili fanno parte della storia di Green. Nella sua Philadelphia aveva cominciato giocando a football (correva, non faceva il quarterback come molti registi del basket), “ma Philadelphia è una città di basket, tutti giocavano e allora ho cominciato a giocare anche io”. Green giocava a Norristown, nell’area di Philadelphia, ma scelse di andare al college a cinque ore di auto da casa, a St.Bonaventure, nello stato di New York, quando avrebbe potuto scegliere uno dei college della zona come LaSalle che lo voleva. Quando giocava con Bremer, JR era il miglior realizzatore dell’Atlantic-10, Marques il migliore nelle palle recuperate e il terzo negli assist, classifica che in Italia ha vinto a ripetizione inclusa la stagione passata. La statura, se aveva un ruolo, era a suo favore, “perché quello che conta sono le dimensioni del cuore, non del fisico. E mai una volta qualcuno mi ha suggerito di non giocare a basket”, come successo ad altri grandi “miniplay” come Terrell McIntyre, Earl Boykins, Keydren Clark, tutti protagonisti (anche) del campionato italiano di recente.

Green è il più giovane di quattro figli, a sua volta ha tre figli ed è sposato con Simone, conosciuta ai tempi del college dove tra l’altro la sua maglia numero 4 è stata ritirata. Ad Avellino era l’idolo di una città. “Quando vincemmo la Coppa Italia capii che la ricetta giusta era giocare e vincere una partita alla volta. Quella vittoria fece sensazione ma noi non ci sentivamo una piccola squadra ma una grande squadra e volevamo vincere”.

Il grande impatto che ha avuto Green sull’Olimpia va oltre le statistiche, è nella personalità forte e contagiosa che ha portato in allenamento e nello spogliatoio. Green, come Bremer, è un leader naturale. “Per me il basket, non solo il mio ruolo di playmaker, è sempre stato una questione di squadra, di aiutare i compagni. Passare la palla prima, segnare dopo”, dice. A Milano ha deciso di intraprendere anche due nuove strade: vuole prendere lezioni di cucina, forse folgorato dai programmi tv più di moda, e soprattutto ha deciso di imparare l’italiano oltre la manciata di parole e frasi che ha masterizzato tra Avellino e Pesaro.