I Grandi Americani di Flavio Vanetti
"I had the perfect storm in Milano! Great teammates, coaches, management and fans."
Mike D'Antoni
Ho un ricordo di Arthur Kenney legato ai primi anni '70, in cui ero ragazzino. Non conoscevo ancora a fondo il basket. A Varese sentivo parlare del fenomeno Ignis e di quel messicano che saltava più in alto di tutti.
Così quando leggevo i tabellini di Manuel Raga e vedevo medie di quasi 30 punti a partita, mi domandavo come potesse essere celebrato uno come Kenney, che di punti, magari, ne segnava appena 10. Ignoravo che nel basket contavano anche la "presenza", la "fisicità" e i rimbalzi. Lo scoprii presto, negli indimenticabili Ignis-Simmenthal di quel periodo: Arturo era un giocatore eccezionale, là sotto canestro. E che grinta lo accompagnava.
Quanto Kenney fosse stato uomo chiave per il "Simm" lo realizzai anche dopo la sua partenza da Milano. Ragionavo ancora da tifoso varesino, è chiaro. Un tifoso che ormai aveva pienamente sposato la pallacanestro, nelle preferenze. L'Olimpia aveva sostituito Kenney e c'era un gusto crudele nei confronti dei "nemici" nel vedere in azione, al posto del "rosso", l'ineffabile George Brosterhous. A Varese l'avevamo soprannominato "Broccherhous" ed è detto tutto.
Logicamente, ci fu una vendetta. Anni dopo, certo. E dopo una serie di vittorie di Varese. Ma fu una vendetta dura, anche perchè inaspettata. Il Billy buttò fuori dai playoff l'Emerson che voleva continuare la tradizione targata Ignis-Mobilgirgi. Fu in quella occasione che il baffo di Mike D'Antoni apparve al mio orizzonte. Quando a un Trofeo Lombardia ridicolizzò Aldo Ossola, capii che la musica era cambiata. Gli anni successivi lo confermarono. E quando a Michelino affiancarono Dino Meneghin, addio signori… Era nata l'Olimpia vincitutto, che ebbi l'onore di vivere e raccontare. E di subire.
Ma se c'è un campione straniero che anch'io ho amato, dell'Olimpia, è stato proprio D'Antoni. Mi ha sempre colpito la sua signorilità, ho sempre apprezzato la disponibilità con la quale si concedeva anche nei momenti in cui un giornalista diventa un impareggiabile rompiscatole. Gli aneddoti su di lui? Infiniti e impossibili da sintetizzare: dalle interminabili partite a carte sul pullman, alle magie che dispensava in campo, all'emozione ritengo davvero autentica che provò quando, diventato oriundo, Sandro Gamba lo convocò in nazionale. Ma c'è un ricordo su tutti. Ero a Vail, nel 1999, per i Mondiali di sci e Mike debuttava da head coach nella Nba. Era il suo sogno, accarezzato e inseguito per anni. Organizzammo un "van" di otto giornalisti per recarci a Denver ad assistere alla sua "vernice".
Laurell, la dolce Laurell, aveva preparato tutto a puntino. Arrivammo al palasport come ospiti d'onore e la gente di Denver si domandava come mai tanta attenzione da parte dell'Italia nei confronti della squadra. Non sapevano che Mike era un idolo, per noi… Entrò in campo teso ed emozionato, vestito scuro e scarpe di vernice; avrebbe pagato chissà quanto per vincere quella "prima" contro Minnesota. Ma la perse. D'Antoni, entrando in sala stampa e imbattendosi in noi, fece una smorfia indimenticabile.
La storia di Mike si è intrecciata pure con quella di un altro "grande" degli anni '80: Russ Schoene che proseguì la tradizione dei "rossi" da battaglia milanesi. Aveva tiro, carattere, flessibilità: secondo me è stato un giocatore perfino sottovalutato. Era un tipo taciturno e tranquillo. Ma una notte a Mosca, a causa di una coincidenza mancata di rientro dalla Lituania, l'Olimpia bivaccò all'aeroporto Sheremetyevo. C'era un orologio enorme sopra la testa di Russ. E lui sotto, immerso nella musica che il walkman gli riversava nelle orecchie. Ma al suo fianco c'era un instancabile giornalista che per quasi tutta la notte lo perseguitò a suon di domande. Di tanto in tanto, Schoene scostava gli auricolari e rispondeva. Non poteva incenerirlo, si accontentò di metterla sullo sfinimento. Ma vinse il giornalista.
E c'è un altro aneddoto su di lui. Lo sapete che Laurell D'Antoni avrebbe potuto diventare la signora Schoene? Russ fu raggiunto da un'amica, che faceva la modella. Invitata a cena, lei portò Laurell. Schoene, piuttosto timido, "convocò" Mike. Russ rimase colpito da Laurell, ma andò a finire che lei si fidanzò, appunto, con il suo futuro marito: altro che Arsenio Lupin del parquet.
Lo straniero icona di quegli anni – ci perdonino gli altri –, però, rimarrà per sempre Bob McAdoo. Impossibile ridurlo in "tot" righe. Fu già leggenda ancora prima di approdare a Milano, perchè la squadra che stava per ingaggiarlo era Pavia. Non se ne fece nulla. In compenso, Toni Cappellari si ritrovò un biglietto di Bob sotto l'uscio della porta dell'hotel in cui alloggiava, dopo essere andato negli Usa a cercare di ingaggiarlo. McAdoo in un primo tempo aveva detto di no, ma quel pezzo di carta conteneva il suo sì. Avrebbe lasciato un segno indelebile. Oltre a una serie di quadretti memorabili. Come dimenticare la volta che, alla Moutete di Orthez, il mercato delle oche prestato al basket, fece allenamento con i guanti, causa il gran freddo? Un indimenticabile personaggio, il vecchio caro Bob, che a sua volta finì per scoprire il lato bello e umano dell'Italia.
Così quando leggevo i tabellini di Manuel Raga e vedevo medie di quasi 30 punti a partita, mi domandavo come potesse essere celebrato uno come Kenney, che di punti, magari, ne segnava appena 10. Ignoravo che nel basket contavano anche la "presenza", la "fisicità" e i rimbalzi. Lo scoprii presto, negli indimenticabili Ignis-Simmenthal di quel periodo: Arturo era un giocatore eccezionale, là sotto canestro. E che grinta lo accompagnava.
Quanto Kenney fosse stato uomo chiave per il "Simm" lo realizzai anche dopo la sua partenza da Milano. Ragionavo ancora da tifoso varesino, è chiaro. Un tifoso che ormai aveva pienamente sposato la pallacanestro, nelle preferenze. L'Olimpia aveva sostituito Kenney e c'era un gusto crudele nei confronti dei "nemici" nel vedere in azione, al posto del "rosso", l'ineffabile George Brosterhous. A Varese l'avevamo soprannominato "Broccherhous" ed è detto tutto.
Logicamente, ci fu una vendetta. Anni dopo, certo. E dopo una serie di vittorie di Varese. Ma fu una vendetta dura, anche perchè inaspettata. Il Billy buttò fuori dai playoff l'Emerson che voleva continuare la tradizione targata Ignis-Mobilgirgi. Fu in quella occasione che il baffo di Mike D'Antoni apparve al mio orizzonte. Quando a un Trofeo Lombardia ridicolizzò Aldo Ossola, capii che la musica era cambiata. Gli anni successivi lo confermarono. E quando a Michelino affiancarono Dino Meneghin, addio signori… Era nata l'Olimpia vincitutto, che ebbi l'onore di vivere e raccontare. E di subire.
Ma se c'è un campione straniero che anch'io ho amato, dell'Olimpia, è stato proprio D'Antoni. Mi ha sempre colpito la sua signorilità, ho sempre apprezzato la disponibilità con la quale si concedeva anche nei momenti in cui un giornalista diventa un impareggiabile rompiscatole. Gli aneddoti su di lui? Infiniti e impossibili da sintetizzare: dalle interminabili partite a carte sul pullman, alle magie che dispensava in campo, all'emozione ritengo davvero autentica che provò quando, diventato oriundo, Sandro Gamba lo convocò in nazionale. Ma c'è un ricordo su tutti. Ero a Vail, nel 1999, per i Mondiali di sci e Mike debuttava da head coach nella Nba. Era il suo sogno, accarezzato e inseguito per anni. Organizzammo un "van" di otto giornalisti per recarci a Denver ad assistere alla sua "vernice".
Laurell, la dolce Laurell, aveva preparato tutto a puntino. Arrivammo al palasport come ospiti d'onore e la gente di Denver si domandava come mai tanta attenzione da parte dell'Italia nei confronti della squadra. Non sapevano che Mike era un idolo, per noi… Entrò in campo teso ed emozionato, vestito scuro e scarpe di vernice; avrebbe pagato chissà quanto per vincere quella "prima" contro Minnesota. Ma la perse. D'Antoni, entrando in sala stampa e imbattendosi in noi, fece una smorfia indimenticabile.
La storia di Mike si è intrecciata pure con quella di un altro "grande" degli anni '80: Russ Schoene che proseguì la tradizione dei "rossi" da battaglia milanesi. Aveva tiro, carattere, flessibilità: secondo me è stato un giocatore perfino sottovalutato. Era un tipo taciturno e tranquillo. Ma una notte a Mosca, a causa di una coincidenza mancata di rientro dalla Lituania, l'Olimpia bivaccò all'aeroporto Sheremetyevo. C'era un orologio enorme sopra la testa di Russ. E lui sotto, immerso nella musica che il walkman gli riversava nelle orecchie. Ma al suo fianco c'era un instancabile giornalista che per quasi tutta la notte lo perseguitò a suon di domande. Di tanto in tanto, Schoene scostava gli auricolari e rispondeva. Non poteva incenerirlo, si accontentò di metterla sullo sfinimento. Ma vinse il giornalista.
E c'è un altro aneddoto su di lui. Lo sapete che Laurell D'Antoni avrebbe potuto diventare la signora Schoene? Russ fu raggiunto da un'amica, che faceva la modella. Invitata a cena, lei portò Laurell. Schoene, piuttosto timido, "convocò" Mike. Russ rimase colpito da Laurell, ma andò a finire che lei si fidanzò, appunto, con il suo futuro marito: altro che Arsenio Lupin del parquet.
Lo straniero icona di quegli anni – ci perdonino gli altri –, però, rimarrà per sempre Bob McAdoo. Impossibile ridurlo in "tot" righe. Fu già leggenda ancora prima di approdare a Milano, perchè la squadra che stava per ingaggiarlo era Pavia. Non se ne fece nulla. In compenso, Toni Cappellari si ritrovò un biglietto di Bob sotto l'uscio della porta dell'hotel in cui alloggiava, dopo essere andato negli Usa a cercare di ingaggiarlo. McAdoo in un primo tempo aveva detto di no, ma quel pezzo di carta conteneva il suo sì. Avrebbe lasciato un segno indelebile. Oltre a una serie di quadretti memorabili. Come dimenticare la volta che, alla Moutete di Orthez, il mercato delle oche prestato al basket, fece allenamento con i guanti, causa il gran freddo? Un indimenticabile personaggio, il vecchio caro Bob, che a sua volta finì per scoprire il lato bello e umano dell'Italia.
