La Coppa Campioni del 1966 di Gianfranco Pieri
"Strappare una coppa ai sovietici che schieravano dei mostri o rappresentavano una forza politica immensa, oppure ai potenti signori del Real era un'impresa. La prima nostra Coppa dei Campioni fu il traguardo di una precisa politica: il basket spettacolo."
Adolfo Bogoncelli
tratto dal libro
50 anni di Olimpia Milano
tratto dal libro
50 anni di Olimpia Milano
Vi sembrerà impossibile, ma della gara che ci fece vincere la Coppa Campioni nel 1966, ricordo davvero poco. Ricordo ancora, però, e bene, la festa che ne seguì. Ricordo la nottata trascorsa sotto i portici di Bologna, con la Coppa in mano. Ricordo la gente del capoluogo emiliano: in campionato ci vedono come acerrimi nemici, ma quella sera, per tutti, siamo semplicemente la prima squadra italiana a vincere quel titolo storico. Ricordo la cena ufficiale della vittoria: un dirigente dell'Olimpia (il suo nome, però non lo rammento), vuole tenere a tavoli separati noi giocatori dalle nostre mogli, fidanzate, amici e familiari. Scoppia una piccola rivoluzione: Rubini capisce il momento e ci fa sedere dove e come desideriamo. Quel successo, in un certo senso, era di tutti noi: giocatori, amori ed amici.
Certo, oggi questi possono sembrare particolari insignificanti.
Oggi quello che si ricorda è il risultato, 77-72, l'avversario, lo Slavia Praga, ed il titolo, Campioni d'Europa. Ma io di quella sera preferisco ricordare altro: non ho memoria di un tiro particolare, di un'azione o di un momento decisivo della gara finale, ma ricordo gli uomini che erano insieme a me. Quella di Bologna è la loro, la nostra partita. La partita di Thoren, di Vianello, di Riminucci, di Masini, di Iellini, di Ongaro, di Binda, di Longhi, di Gnocchi. La mia partita e, naturalmente, la partita di Bill Bradley.
Di Bradley ho vivissima l'immagine del nostro primo incontro. Siamo alle Olimpiadi di Tokyo, anno 1964. Rubini mi chiede di contattarlo ed io lo avvicino. Conversiamo un poco, e poi ci scambiamo dei piccoli doni. Lui mi regala l'impermeabile della Nazionale statunitense ed io, in cambio, un maglione, dono di mia moglie. Due anni più tardi saremmo diventati compagni in Olimpia. Io capitano, lui la stella della Coppa Campioni. Ai quei tempi Bradley è studente all'Università di Oxford: ogni martedì monta su un aereo in Inghilterra e viene al Palalido ad allenarsi per l'incontro di Coppa del mercoledì. Un ragazzo alla mano, come tanti.
Rubini, profetico, lo definisce così: "E' un fenomeno: gioca da Dio e studia da Presidente degli Stati Uniti". Sulla prima parte dell'affermazione nessun dubbio, non spetta a me aggiungere neanche una parola sul Bradley-giocatore; sulla seconda, beh, l'impresa non gli è ancora riuscita, ma non dispero. So per certo che ancora oggi, nonostante la sua posizione e i suoi, immagino, mille impegni, Bradley resta molto legato al ricordo di Milano e del Simmenthal. Qualche anno fa, alcuni tifosi Olimpia, in viaggio a Washington, cercano Bill per salutarlo e lui li riceve immediatamente, senza nessun appuntamento e con grandissimo affetto.
Ma, a dispetto dei nomi e dell'importanza, il bello di questa squadra è l'amicizia.
Tra noi non ci sono differenze: non importa se sei titolare, capitano o panchinaro. Il nostro è, prima di tutto, un gruppo di amici. Un esempio? Prendete Skip Thoren. Ama moltissimo Milano e l'Italia, ma per motivi familiari la lascia dopo una sola stagione. Sono convinto che, fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto probabilmente a vivere nel nostro paese.
Dieci anni fa, alla festa per il venticinquesimo anno dal trionfo di Bologna, lo rivedo: ci riconosciamo subito e subito ci abbracciamo. Sembra davvero che siano passati solo pochi giorni. Non certo venticinque anni. Passata la festa, trascorriamo tre giorni insieme a Milano e Skip mi sorprende parlando addirittura qualche parola nella nostra lingua, il che, per un americano che ha vissuto in Italia per un solo anno, è davvero strano. Anche Skip, così come Bill, ricorda e ricorderà per sempre l'Italia, Milano, l'Olimpia.
Una squadra eccezionale, un gruppo di uomini eccezionali: oggi, quando si parla di noi, si ricorda il mito Simmenthal, il mito Scarpette Rosse, la prima vittoria europea di una squadra italiana di basket. A me piace ricordare i dettagli, ma soprattutto gli uomini, gli amici.
E io, di quella squadra e di quegli uomini, sono il capitano.
Certo, oggi questi possono sembrare particolari insignificanti.
Oggi quello che si ricorda è il risultato, 77-72, l'avversario, lo Slavia Praga, ed il titolo, Campioni d'Europa. Ma io di quella sera preferisco ricordare altro: non ho memoria di un tiro particolare, di un'azione o di un momento decisivo della gara finale, ma ricordo gli uomini che erano insieme a me. Quella di Bologna è la loro, la nostra partita. La partita di Thoren, di Vianello, di Riminucci, di Masini, di Iellini, di Ongaro, di Binda, di Longhi, di Gnocchi. La mia partita e, naturalmente, la partita di Bill Bradley.
Di Bradley ho vivissima l'immagine del nostro primo incontro. Siamo alle Olimpiadi di Tokyo, anno 1964. Rubini mi chiede di contattarlo ed io lo avvicino. Conversiamo un poco, e poi ci scambiamo dei piccoli doni. Lui mi regala l'impermeabile della Nazionale statunitense ed io, in cambio, un maglione, dono di mia moglie. Due anni più tardi saremmo diventati compagni in Olimpia. Io capitano, lui la stella della Coppa Campioni. Ai quei tempi Bradley è studente all'Università di Oxford: ogni martedì monta su un aereo in Inghilterra e viene al Palalido ad allenarsi per l'incontro di Coppa del mercoledì. Un ragazzo alla mano, come tanti.
Rubini, profetico, lo definisce così: "E' un fenomeno: gioca da Dio e studia da Presidente degli Stati Uniti". Sulla prima parte dell'affermazione nessun dubbio, non spetta a me aggiungere neanche una parola sul Bradley-giocatore; sulla seconda, beh, l'impresa non gli è ancora riuscita, ma non dispero. So per certo che ancora oggi, nonostante la sua posizione e i suoi, immagino, mille impegni, Bradley resta molto legato al ricordo di Milano e del Simmenthal. Qualche anno fa, alcuni tifosi Olimpia, in viaggio a Washington, cercano Bill per salutarlo e lui li riceve immediatamente, senza nessun appuntamento e con grandissimo affetto.
Ma, a dispetto dei nomi e dell'importanza, il bello di questa squadra è l'amicizia.
Tra noi non ci sono differenze: non importa se sei titolare, capitano o panchinaro. Il nostro è, prima di tutto, un gruppo di amici. Un esempio? Prendete Skip Thoren. Ama moltissimo Milano e l'Italia, ma per motivi familiari la lascia dopo una sola stagione. Sono convinto che, fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto probabilmente a vivere nel nostro paese.
Dieci anni fa, alla festa per il venticinquesimo anno dal trionfo di Bologna, lo rivedo: ci riconosciamo subito e subito ci abbracciamo. Sembra davvero che siano passati solo pochi giorni. Non certo venticinque anni. Passata la festa, trascorriamo tre giorni insieme a Milano e Skip mi sorprende parlando addirittura qualche parola nella nostra lingua, il che, per un americano che ha vissuto in Italia per un solo anno, è davvero strano. Anche Skip, così come Bill, ricorda e ricorderà per sempre l'Italia, Milano, l'Olimpia.
Una squadra eccezionale, un gruppo di uomini eccezionali: oggi, quando si parla di noi, si ricorda il mito Simmenthal, il mito Scarpette Rosse, la prima vittoria europea di una squadra italiana di basket. A me piace ricordare i dettagli, ma soprattutto gli uomini, gli amici.
E io, di quella squadra e di quegli uomini, sono il capitano.
