benvenuto nel sito ufficiale olimpiamilano.com

Coppa Italia 2018: la storia dei trionfi Olimpia

13/02/2018
TUTTE LE NEWS »

La sei vittorie in Coppa Italia dell’Olimpia rappresentano una storia cominciata con il “piccolo slam” del 1972 e arrivata fino al trionfo di Rimini dell’anno passato. E’ anche una storia costruita da quattro allenatori, Rubini, Peterson, Tanjevic e Repesa, tanti giocatori che hanno fatto epoca dal grande Pino Brumatti a Russ Schoene, Bob McAdoo, Rolando Blackman fino a Rakim Sanders e Ricky Hickman passando attraverso il canestro di Milan Macvan nei quarti di finale dell’anno passato, la triplona di Andrea Cinciarini in semifinale e tanti altri grandi momenti che proviamo a rivivere nella settimana che ci conduce alle Final Eight di Firenze. Coppa Italia 2018 Notes

1972: 24 PUNTI PER BRUMATTI

Pino Brumatti segnò 24 punti il primo giugno 1972 quando battendo Varese 81-77 l’Olimpia vinse la sua prima Coppa Italia. Andarono in doppia cifra anche Iellini, Masini e Kenney che uscì per falli a metà ripresa quando Milano era saldamente al comando (anche +15). Quell’anno l’Olimpia eliminò Genova al primo turno, poi vinse il concentramento di Caserta battendo la Robur Varese e la Juvecaserta. Le Final Four si giocarono a Torino e il Simmenthal in semifinale vinse il derby contro la Mobilquattro 111-91.

Finale: SIMMENTHAL: Iellini 14, Brumatti 24, Masini 14, Cerioni 8, Bianchi 3, Giomo 8, Kenney 10, Jacuzzo, Ferrari, Borlenghi. All. Rubini. IGNIS: Rusconi 2, Flaborea 12, Zanatta 11, Meneghin 14, Bisson 17, Raga 21, Malachin, Vigna. All. Nikolic.

CHI ERA BRUMATTI – Pino Brumatti fu scoperto a Gorizia da Sandro Gamba. Il giovane bomber, che avrebbe sviluppato un memorabile palleggio, arresto e tiro, era emozionato, giocò male, convincendo il superscout dell’Olimpia solo quando questi si presentò in incognito. Gamba sostiene che Brumatti gli sia costato un Rolex in allenamento, quello che scaraventò via, indispettito. Ma con il tempo Brumatti diventò un grande giocatore, una guardia inarrestabile in attacco, generoso e capace di formare con Giulio Iellini uno dei back-court più efficaci del campionato italiano con la maglia del Simmenthal. Brumatti era uno dei giocatori che giocarono tre spareggi consecutivi contro l’Ignis all’inizio degli anni 70, vincendone uno ma assicurandosi anche tre coppe delle coppe e una coppa Italia. Avrebbe vinto di più, se fosse nato prima o dopo. Ma raggiunse il top della carriera quando l’Olimpia avvicinò gli anni della ricostruzione e lui venne ceduto – dopo aver riportato l’Olimpia in A1 – giocando bene per molti anni a Torino (rivaleggiando anche con Milano) e poi ancora a Siena, Reggio Emilia, Verona. Pino Brumatti, che giocò 10 anni a Milano, è morto nel 2010, a soli 62 anni di età. Ha giocato 102 partite in Nazionale con 507 punti e partecipando alle Olimpiadi del 1972 e del 1976 collezionando quindi un quarto e un quinto posto.

1986: TRE UOMINI OLTRE I 20 PUNTI

Fu Showtime il 16 aprile 1986 quando l’Olimpia a Bologna liquidò la Scavolini Pesaro 102-92 vincendo la sua seconda Coppa Italia con tre giocatori a quota 20 o più punti capeggiati da Cedric Henderson con 28. Fu una partita bellissima, sullo stesso parquet della Coppa dei Campioni 1966. Mike Sylvester e Zam Fredrick giocarono per Pesaro una gara ispiratissima che all’intervallo era 50-50. L’Olimpia dovette realizzare un’impresa per arrivare in finale (gara unica): nel primo turno, in estate, perse di 21 contro Desio ribaltando la situazione vincendo di 23 il ritorno; eliminò la Pallacanestro Livorno pareggiando in trasferta e infine nei quarti eliminò Roma ribaltando il meno 13 dell’andata con un più 14 (in semifinale sconfisse Varese ma vincendo ambedue le gare).

Finale: SIMAC: D’Antoni 16, Premier 20, Meneghin 4, Schoene 21, Henderson 28, Bargna 8, F.Boselli 3,  Bariviera 2, Gallinari, Blasi. All. Peterson. SCAVOLINI: Sylvester 18, Fredrick 23, Tillis 9, Zampolini 9, Magnifico 16, Gracis 13, Costa 4, Minelli, Franco, Cipolat. All. Sacco.

CHI ERA SCHOENE – Uscito dall’università di Chattanooga-Tennessee, Russ Schoene fu scelto al secondo giro dei draft NBA (numero 45) da Philadelphia e ceduto dopo qualche mese a Indiana. Rimase con i Pacers per una stagione e mezzo e nel 1984 approdò a Milano. Era la squadra di Dan Peterson, Mike D’Antoni e Dino Meneghin. Ma era anche la squadra che aveva perso due finali consecutive, nel 1983 contro Roma e nel 1984 contro Bologna. Ma le prime prove di Schoene a Milano non furono convincenti. L’Olimpia a quei tempi cercava spesso il grande nome sul mercato americano. Era passata attraverso il caso Earl Cureton ma aveva rimediato con la prima scelta Antoine Carr. Schoene non aveva un ruolo preciso. Essendo 2.08 al college giocava centro, a Milano il centro era Meneghin e lui venne schierato da ala grande mentre l’altro americano, il veterano NBA Wally Walker, giocava da ala piccola. Quando l’Olimpia arrivò vicina a perfezionare la trattativa con Joe Barry Carroll l’idea era di tagliare Schoene. Questione di ruolo e di rendimento. Fosse successo nessuno avrebbe detto nulla e Schoene sarebbe stato una meteora nella storia dell’Olimpia. E invece… invece in extremis, il rendimento di Schoene si impennò e coach Peterson ebbe una folgorazione, quella di spostarlo in posizione di ala piccola all’occorrenza sfruttandone il tiro da fuori. La mossa funzionò: l’Olimpia nel 1984/85 giocò con Carroll, Meneghin e Schoene vincendo scudetto e Coppa Korac. Se nei playoff Carroll fu il grande protagonista, nella finale di Korac contro Varese, fu Schoene a dominare la partita. Un anno dopo, confermato, fece un altro balzo in avanti e risultò di fatto l’Mvp della stagione. Nel 1986, sull’onda dei due anni trionfali di Milano, Schoene tornò nella NBA a Seattle. Sarebbe tornato in Italia a fine carriera, a Verona e Bologna.

1987: McADOO E BARLOW SUPERSTAR

Il 26 marzo 1987, anno del Grande Slam, l’Olimpia vinse la sua terza Coppa Italia battendo ancora in finale la Scavolini 95-93 con Bob McAdoo a quota 29 punti ma 20 anche del rookie Kenny Barlow. Milano dominò la partita per gran parte del suo svolgimento subendo la rimonta pesarese nel finale con un parziale di 7-0 che consentì agli adriatici solo di avvicinarsi all’Olimpia. Quell’anno la formula prevedeva gare di sola andata e Milano arrivò in finale eliminando senza troppi problemi Cremona, Pavia, Cantù e Reggio Emilia.

Finale: TRACER: D’Antoni 10, Premier 15, Meneghin 7, McAdoo 29, Barlow 20, F.Boselli 3, Pittis, Bargna 10, Gallinari 1, Governa. All. Peterson. SCAVOLINI: Gracis 5, Fredrick 6, Davis 34, Magnifico 25, Costa 7, Zampolini 13, Natali 3, Franco, Sonaglia, Berti. All. Sacco.

CHI ERA McADOO – Nessun giocatore del campionato italiano poteva essere considerato più importante e popolare di Bob McAdoo quando arrivò in Italia. Non era solo una questione di un folgorante passato nella NBA. McAdoo a differenza di altre stelle americane era perfettamente noto agli appassionati italiani, per il nome ma anche per la recente milizia nei Los Angeles Lakers in un periodo in cui le partite NBA erano visibili anche sulla tv italiana ma riguardavano sempre e solo le “big” della Lega. McAdoo era una stella vera, aveva giocato per Dean Smith a North Carolina, era stato scelto con il numero 2 dei draft NBA e si era imposto subito come una star, tre volte capocannoniere della lega, cinque volte All-Star e nel 1975 addirittura Mvp per i Buffalo Braves. Giocò anche per i Knicks e per i Celtics ma erano anni difficili e lui maturò la fama di giocatore di talento, un realizzatore ma egoista, una star ma solo in squadre perdenti. La sua carriera sterzò verso la fine quando Pat Riley gli propose di garantire punti istantanei uscendo dalla panchina dei Lakers. McAdoo, utilizzato virtualmente da sesto uomo, vinse due titoli nel 1982 e nel 1985, mostrando il suo volto di giocatore vincente, anche generoso. Fu quello il giocatore che convinse Dan Peterson a scommettere su di lui. Quando lasciò i Lakers, McAdoo giocò brevemente a Philadelphia ma nell’estate del 1986 era pronto per sbarcare in Italia. L’Olimpia non ascoltò nessuno. Aveva 35 anni, poteva essere demotivato ma Peterson si fidò del suo istinto. E lo firmò. Alla prova dei fatti l’evoluzione di McAdoo somigliò tantissimo a quella che prima di lui ebbe Joe Barry Carroll solo che JB era a metà carriera e restò a Milano un anno salvo tornare in America e non vivere mai più certe sensazioni. McAdoo restò quattro anni, fece il Grande Slam al primo colpo, vinse la Coppa dei Campioni anche al secondo e un secondo scudetto al terzo. Si trovò talmente bene in Italia che nel 1990, finito il ciclo dell’Olimpia di D’Antoni e Meneghin rimase per giocare a Forlì dove conobbe la moglie Patrizia e infine anche due gare a Fabriano. A renderlo indimenticabile non furono solo le vittorie o le cifre straordinarie (27.3 punti di media nel campionato italiano su 199 gare disputate, a Milano ne fece 28.1 per gara nel 1987/88), il tiro dalla media (nel 1988, 60.3% su oltre 17 tentativi da due per partita), la classe, i rimbalzi (10.2 nel primo anno milanese) ma anche le piccole cose che dimostrarono la sua generosità. La stoppata con la quale a Losanna nel 1987 preservò la vittoria della finale europea con il Maccabi o il leggendario tuffo di Livorno, su Tonut in gara 5 della finale scudetto del 1989. Nato a Greensboro nel North Carolina nel 1951 (25 settembre), McAdoo ha giocato quattro anni nell’Olimpia vestendo la maglia numero 15 quando nella NBA aveva sempre indossato la 11 tranne a New York (21). Finita la carriera di giocatore, ha intrapreso quella di allenatore, nello staff tecnico dei Miami Heat con i quali ha vinto il titolo NBA del 2006 (capo Pat Riley), nel 2012 e nel 2013.

1996: BLACKMAN 28 AL FORUM

I 28 punti di Rolando Blackman servirono all’Olimpia per spazzare via la Mash Verona 90-72 nella finale del Forum di Assago che vide Dejan Bodiroga segnare anche lui 20 punti. L’Olimpia quell’anno superò Arese e Varese nella fase preliminare ma il successo sulla Virtus Bologna in semifinale arrivò solo in volata 83-82.

Finale: STEFANEL: Gentile 11, Portaluppi 3, Fucka 8, De Pol 10, Bodiroga 20, Alberti 6, Baldi 2, Sambugaro, Cantarello 2, Blackman 28. All. Tanjevic. MASH: Laezza 7, Boni 4, Iuzzolino 17, Dalla Vecchia 6, Neal 16, Galanda 4, Nobile 6, Londero 8, Longobardi 4, Perbellini. All. Marcelletti.

CHI ERA BLACKMAN – Ha giocato un solo anno a Milano e non è entrato nella storia come un Joe Barry Carroll o un Bill Bradley, ma Rolando Blackman ha fatto cose straordinarie. L’Olimpia 1995/96 vinse la Coppa Italia e poi duplicò il successo imponendosi nei playoffs per lo scudetto. In finale sconfisse 3-1 la Fortitudo Bologna. Quell’anno, la Stefanel Milano partì dal quinto posto della regular season. Anche se il canestro più importante della serie fu quello con cui Dejan Bodiroga vinse gara 3 a Bologna e quello identificato come risolutivo l’abbia segnato Flavio Portaluppi in gara 4, Rolando Blackman fu probabilmente il giocatore più continuo della squadra. Segnò 19 punti in gara 4, ne segnò 20 in gara 3 e 18 in gara 1. Ne segnò 28 contro la Mash Verona nella finale di Coppa Italia al Forum. Blackman restò un solo anno, perché era a fine carriera e la famiglia lo reclamava negli States. Ma fu un anno da protagonista dopo una grande carriera NBA ai Dallas Mavericks e infine, ma da comprimario, a New York dove giocò la Finale del 1994. Blackman era una guardia pura, elegante, uomo da 17623 punti nella sua carriera NBA. Di origini panamensi, scelto al nono posto dei draft del 1981 appena uscito da Kansas State, aveva un tiro dalla media micidiale e trattamento di palla. Quando arrivò a Milano aveva 36 anni ma avrebbe potuto giocare ancora diverse  stagioni.

2016: CINCIARINI E SANDERS PER IL TRIONFO

L’82-76 finale non dice nulla di una partita che l’Olimpia ha dominato, controllato e messo al sicuro molto prima della sirena finale sull’asse Cinciarini-Sanders-McLean nello scenario del Mediolanum Forum contro Avellino. L’Olimpia era arrivata alla finale dominando le due gare precedenti prima con Venezia e poi con Cremona.

Finale: EA7: Cinciarini 10, Jenkins 8, Simon 8, Sanders 17, Magro 2, Lafayette 3, Kalnietis 5, Macvan 14, McLean 15, Cerella, Gentile, Amato. All: Repesa. SIDIGAS: M.Green 1, Acker 9, Nunnally 25, Leunen 3, Cervi 8, Ragland 8, Buva 13, Veikalas 5, Pini 4, Severini, Norcino, Parlato. All. Sacripanti.

2017: HICKMAN TRASCINA IN FINALE

La finale contro Sassari si rivela la partita meno combattuta per l’Olimpia che aveva battuto Brindisi con un canestro di Milan Macvan, convalidato al replay, e poi Reggio Emilia rimontando con triple decisive di Macvan e Cinciarini. In finale Ricky Hickman trascina la squadra che dopo un avvio stentato domina l’avverrario.

Finale: EA7: McLean 6, Fontecchio, Hickman 25, Kalnietis 9, Raduljica, Dragic 7, Macvan 11, Pascolo 5, Cinciarini 6, Sanders 15, Abass, Cerella. All: Repesa. B.SARDEGNA: Bell 5, Lacey 15, Devecchi 3, D’Ercole, Sacchetti 3, Lydeka 9, Savanovic 7, Carter 8, Stipcevic 11, Lawal 13, Monaldi, Ebeling. All: Pasquini.