I Grandi Avversari e Compagni di Dino Meneghin


"In campo è il "killer istinct". E' quella voglia di vincere che spinge a lottare, che si placa solo quando suona la sirena di fine partita. Ma poi ti soffermi a riflettere che, anche gli avversari più duri e spigolosi ti possono lasciare un segno, e non mi riferisco a quelli sul corpo"
 
Giorgio Gandolfi
direttore Giganti del Basket
 

L'Olimpia è sempre stata nel mio destino. è stata la mia più grande avversaria quando giocavo a Varese prima di diventare la mia casa nella seconda, e conclusiva, parte della mia carriera. Durante tutti questi anni ho affrontato e giocato al fianco di grandi campioni che hanno scritto la storia della società milanese. Ne ho scelti quattro. Con due ho giocato, gli altri gli ho solo affrontati sul campo. Tutti hanno lasciato un segno. Ve li racconto:

MASINI: L'avversario da battere. Lui come singolo giocatore e la sua squadra nel complesso, il Simmenthal vincitutto, formazione della città che si contrapponeva a noi di Varese, simbolo della provincia. Era un grandissimo giocatore, il primo centro moderno della storia, molto più mobile e tecnico di tutti i pariruolo di quegli anni. Volevo batterlo sempre a tutti i costi, ma portavo un grande rispetto per lui e il suo modo di giocare a basket del quale cercavo di carpire ogni singolo segreto. Una volta, tanto per far capire quanto Maso fosse un personaggio che stava segnando un'epoca, a Varese segnai un canestro dai tre metri dall'angolo. A fine gara mio fratello venne da me e mi disse: "Hai fatto un canestro alla Masini ". L'ho anche conosciuto personalmente fuori dal campo, in nazionale. In occasione della preparazione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, siamo stati compagni di stanza. Pensavo che lui, giocatore esperto e rinomato, non prendesse neanche in considerazione un ragazzo di 18 anni come me. Invece fu tutto il contrario. Fu uno spasso. Fece di tutto per mettermi a mio agio. Anche oggi, quando lo incontro, è sempre pronto a scherzare. Un grande.

KENNEY: Che dire di Arthur Kenney? L'Arturo, come l'hanno sempre affettuosamente chiamato a Milano, era un super giocatore, uno che interpretava la pallacanestro nel mio medesimo modo. Sempre pronto a lottare su ogni pallone, mai disposto ad arretrare di un solo passo e favorire l'avversario. Mi stava antipatico sul parquet e io stavo antipatico a lui, ma ci ammiravamo a vicenda. Ci siamo scontrati parecchie volte, sempre in modo corretto tranne una volta, a Milano, quando, dopo il canestro di Cerioni e la conseguente vittoria di Milano, venimmo alle mani. Volevamo entrambi vincere sempre, ad ogni costo, anche perchè vincere a Milano per noi o a Varese per loro, significava mettersi in tasca una buona fetta di scudetto. Una volta, dopo il suo addio a Milano, venne ad allenarsi a Varese. Non ricordo il motivo. Era sera, stava facendo i suicidi e non aveva alcuna intenzione di smettere anche se l'orario si stava facendo proibitivo. Il custode, stanco di aspettare, spense le luci e se andò. L'Arturo non fece una piega, continuando nel suo esercizio fino alla fine. Ne rimasi incantato.

D'ANTONI: Mike è la storia recente della Pallacanestro Olimpia Milano. Nei suoi anni a Milano ha rappresentato più di tutti gli altri lo spirito di Fiero il Guerriero. In campo era il playmaker per antonomasia, quello che decideva per chi giocare o quale schema chiamare, senza mai guardare la panchina. Fortunatamente tra lui e Peterson c'era un grosso feeling e Mike, a volte, poteva addirittura permettersi di cambiare le chiamate del coach. Nel suo destino già allora c'era fare l'allenatore. Fuori dal campo il basket rimaneva comunque il suo argomento preferito. Poteva andare avanti settimane a parlare dello sport che amava, senza smettere mai. Io lo so bene, perchè per anni abbiamo abitato nello stesso palazzo in viale Piave a Milano. Non si fermava un secondo. Una cosa, però, gliel'ho sempre rimproverata: non capiva le mie barzellette. Io le raccontavo, tutti ridevano e lui rimaneva lì, impassibile. Invece quando raccontava lui le sue storielle che non facevano ridere nessuno, si divertiva come un matto.

PREMIER: Il meglio che una persona si possa augurare di incontrare nella vita. In campo un professionista, un giocatore in grado in ogni momento di inventare un'azione, una giocata positiva. Lontano dal parquet una persona squisita. Siamo stati per anni compagni di stanza e ci siamo sempre divertiti. Un ragazzo simpatico e di compagnia. Avrebbe voluto passare tutte le sere a cena a casa sua con tutta le squadra. Casa Premier era il ritrovo prestabilito della squadra appena c'era la possibilità di incontrarsi. In quegli anni andare nei locali era difficile. Non si poteva stare in pace e parlare tra di noi, allora preferivamo trovarci a casa di qualcuno di noi. Quella di Premier era la più gettonata. Feste a casa sua. Negli anni, questa consuetudine di incontrarci ha aiutato molto a cementare il rapporto tra noi giocatori, diventando uno dei nostri maggiori punti di forza.






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