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lunedì 6 maggio 2013
Arthur Kenney: la leggenda torna a casa!

Il Rosso torna a casa. L’Olimpia Milano è lieta di avere come proprio ospite durante i playoffs Arturo Kenney, il grande rosso che diventò negli anni 70 simbolo dello spirito guerriero del club contribuendo alla conquista di uno scudetto (tre spareggi consecutivi contro Varese), una Coppa Italia e due Coppe delle Coppe. Adesso Kenney ritorna ufficialmente: verrà celebrato durante l’intervallo di gara 1 dei playoff contro Siena, venerdì, e la sua maglia numero 18 verrà formalmente ritirata. Kenney ha insistito perché Nicolò Melli continui ad indossarla finché vorrà, ma sarà l’ultimo a farlo.

Kenney era un’ala forte fisica che poteva giocare anche da centro, grande spirito (memorabile il suo furore agonistico, con episodi leggendari come l’inseguimento di Moka Slavnic in tribuna a Belgrado: il playmaker aveva cercato di colpire il suo coach intoccabile, Cesare Rubini) e tecnica sottovalutata. Newyorkese, ha giocato nella squadra liceale considerata più forte di tutti i tempi, quella della Power Memorial High School dove la stella era Lewis Alcindor che poi sarebbe divenuto più famoso come Kareem Abdul-Jabbar, una squadra che è stata eletta nella Hall of Fame del basket scolastico americano. Il vice allenatore della squadra era Rick Percudani che poi avrebbe allenato la Pallacanestro Milano e anche Varese. Kenney veniva dalla Francia, dopo aver completato una carriera da Hall of Famer a Fairfield, dove il suo coach era George Bisacca in seguito alla Virtus Bologna. A Milano si ambientò benissimo: amato da tifosi e compagni, rimbalzista indomabile imparò la lingua (anche adesso la parla perfettamente) e lasciava tutto sul campo, era l’Anti-Meneghin dell’Ignis. Rimase tre anni e fece la storia dell’Olimpia: non il miglior giocatore, non il primo a vincere in Europa ma il primo a conquistare una tifoseria e restare legato al club in eterno, anche nel corso della sua eccellente carriera post basket a Wall Street.

Arthur Kenney ha ancora il fisico di un maratoneta, i capelli rossi, il sorriso di una volta e solo qualche ruga. Nemmeno l’italiano ha dimenticato e non potrebbe essere diversamente perché periodicamente torna da noi, meglio se a Milano, per salutare gli amici, tuffarsi nei ricordi e qualche volta piangere come quando ha dovuto omaggiare la tomba dell’amico di tante battaglie, Pino Brumatti. Il suo indirizzo e-mail lascia poco spazio per immaginare dove sia il suo cuore, visto che ricorda l’Olimpia e la sua mitica maglia numero 18. L’idea di farlo tornare ad una partita dell’Olimpia in occasione dei playoff è nata così, da una e-mail più o meno casuale, una maglia fabbricata appositamente per il Senatore Bill Bradley – altro membro della famiglia biancorossa – che andrà a trovare nel mese di giugno. Kenney avrebbe molto da raccontare – ed è pronto a farlo, un aneddoto dietro l’altro -, ricorda perfettamente le vittorie note (lo scudetto, le Coppe delle Coppe) e quelle meno note (sette tornei estivi consecutivi giocando per la squadra della Lega, “perché Rubini aveva quest’idea che noi del Simmenthal dovessimo promuovere tutto il basket italiano) o addirittura blasfeme (“Andai a rinforzare una squadra di giovani di Varese e battemmo quella dei giovani di Cantù rinforzati da Della Fiori”). Snocciola nomi di compagni e avversari, i primi li sente quasi tutti, appena possibile. Quando la sua azienda di Wall Street organizzò una squadretta per un torneo di 3 contro 3 a New York, l’Olimpia fabbricò le maglie e “vincemmo con quel nome sul petto”, ricorda. Nella vita ha avuto successo quanto ne ha avuto sul campo di basket e non è difficile credergli vista apertura mentale, disciplina, determinazione, coraggio e lealtà, tutti tratti che lo contraddistinguono. Il Corriere della Sera gli ha chiesto di ricordare la sua Milano e lui ha scritto un trattato pretendendo di farlo in italiano. Kenney rappresenta tutto quanto di buono possa esserci in un giocatore di basket che sceglie di giocare in Italia: ha sposato una causa e l’ha fatto con il cuore; ha imparato la lingua e l’ha custodita; ha fatto un’esperienza di vita e agonistica eccezionale e l’ha tesaurizzata. “Ritirate la mia maglia perché i miei compagni mi hanno permesso di avere successo, loro con me erano un pochettino più bravi, io senza di loro non sarei mai stato nulla”, dice.

Per tutta la carriera di Arthur Kenney clicca qui: Kenney Fact Sheet