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Il tuffo di McAdoo, King, le triple di Premier: l’Olimpia più orgogliosa a Livorno nel 1989

27/05/2020
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Il 27 maggio è l’anniversario dell’ultimo scudetto vinto dall’Olimpia nell’era D’Antoni-Meneghin-Premier, con Bob McAdoo e Franco Casalini in panchina. Lo scudetto fu vinto nella memorabile battaglia di Livorno, una delle partite più famose nella storia del basket italiano. Ecco la storia di gara 5.

Alessandro Fantozzi, livornese e bandiera della Libertas, segnò da tre al primo colpo, esultò come se avesse vinto la Coppa del Mondo e tirò di nuovo da tre al secondo possesso offensivo. Dopo l’errore chiese scusa. Livorno aveva fretta di vincere. Troppa fretta. Fu una partita che giocò tutta sul filo dei nervi quasi chiedendosi se stesse davvero vivendo un giorno storico. Ansiosa di scoprirlo. Fu una gara ad elastico. Ad inizio ripresa Livorno la afferrò per la gola e se la lasciò scappare ancora. Milano aveva nove giocatori contro sei (il settimo di Livorno era il playmaker Walter De Raffaele utilizzato per far respirare Fantozzi): utilizzò Montecchi in quintetto e dalla panchina Premier, Pittis, Aldi e Pessina. Ebbe un passaggio negativo in cui Pittis si fece fischiare un tecnico (quarto fallo) e aa Albert King sanzionarono un antisportivo (allora si chiamava intenzionale). Coach Casalini chiamò timeout e richiamò mezza squadra, troppo intenta a parlare con gli arbitri Grotti e Zeppilli, soprattutto D’Antoni più che a giocare. Pessina era il più agitato. Sembrava che l’Olimpia, stanca e logora, in un clima impossibile, fosse sul punto di implodere. Giusto? Sbagliato.

Quello che nessuno ha abbastanza rimarcato parlando di quella partita è che Milano con tutti i suoi trofei e le lunghe carriere alle spalle volle vincerla più dei pur ammirevoli avversari. Non è una colpa: nessuno a quei tempi voleva vincere più di quella Olimpia. Ci furono alcuni possessi significativi. Un pallone che Pessina di forza semplicemente strappò dalle mani di David Wood per segnare a rimbalzo. Un rimbalzo conteso da cento braccia che fu preda di Meneghin che aveva 39 anni. Premier saltò Andrea Forti dal palleggio e arrivò al ferro estendendosi in avanti, come se fosse sul punto di capitolare. Episodi significativi.

Dopo l’intenzionale fischiato a King, una crisi nervosa di Roberto Premier, le urla a braccia agitate di Pessina e la sensazione che Livorno stesse per andarsene, Milano esplose a più otto! Premier, fino a quel momento nullo, erratico, giocò 10 minuti spettacolari. Dopo una crisi di nervi in quel clima nessuno avrebbe avuto la lucidità per mettersi mentalmente in partita con una vis agonistica straordinaria. Premier lo fece. E nel momento in cui la Philips sembrava avesse vinto… Livorno si liberò di tutta la tensione e giocò la sua pallacanestro migliore trascinata da Fantozzi e un fantastico Wendell Alexis: uscito da Syracuse e poi visto in tanti altri posti in Italia e anche all’Alba Berlino, giocò probabilmente la più grande gara 5 che un giocatore potesse giocare senza vincerla. Segnò 32 punti, per intenderci.

Da 80-72, Livorno tornò a meno tre, con Alberto Tonut proteso in contropiede dopo una palla persa da D’Antoni. Nessuno in quel momento realizzò che il tuffo con cui McAdoo gli deviò la palla oltre la linea laterale sarebbe diventato probabilmente il singolo atto più famoso nella storia dell’Olimpia o dell’intero basket italiano. La bellezza del gesto è indescrivibile, il cuore ancora di più. La sorpresa è di Tonut: intento a proteggersi da King, che gli corre accanto alla sua sinistra, si volta senza capire come abbia fatto la palla a sfuggirgli di mano. In quel momento, come un siluro, McAdoo completa il tuffo tra le braccia di operatori tv, fotografi e tifosi appollaiati tutti sulla linea di fondo. “So che se ne parla ancora – dice McAdoo – fu una giocata atipica perché ammetto che in tanti anni di NBA non avevo mai fatto nulla di simile. Non so cosa sia scattato”. “Eravamo abituati alle sue gesta, a cose incredibili, lo vedevamo tutti i giorni in allenamento quindi sul momento ho archiviato quella giocata come un’altra grande giocata di Bob, per quanto inusuale per lui – dice Casalini – E’ dopo, a mente fredda che resti basito”.

Ma la palla rimase alla Libertas e sulla rimessa Fantozzi segnò da tre. La grande beffa è tutta qui: se McAdoo non si fosse tuffato, Tonut avrebbe segnato due punti e Livorno sarebbe rimasta sotto di uno. Invece fu 80-80. Rimarcarlo è come rovinare una bellissima storia. In questo caso, la straordinarietà del gesto supera il suo significato pratico.

Sull’80-80 ancora Premier segnò da tre attingendo a non si sa quali energie. Alexis rispose con una tripla frontale ma con il piede sulla linea. Un centimetro costato tantissimo: 83-82. D’Antoni chiamò il gioco a elle da destra, girò attorno al blocco monumentale di Meneghin palleggiando con la mano sinistra. Guadagnò quel tanto che bastava per “perdere” Fantozzi e segnare ancora da tre. 86-82. Favoloso. Alexis segnò nuovamente da tre per il meno uno.

La scelta di Livorno fu quella di non commettere fallo, il che avrebbe lasciato pochissimo tempo per rimediare. Forse anche questa decisione in condizioni normali sarebbe stata dibattuta. Sull’ultimo possesso della stagione, Premier sbagliò il tiro del match-point e l’Olimpia si trovò clamorosamente, inopinatamente, stranamente esposta al contropiede avversario. Fantozzi lanciò un pallone lungo ad Andrea Forti ma forse dopo un’esitazione. Il tentativo di stoppata di Meneghin e McAdoo fu tardivo. Forti da sotto segnò il canestro più facile e potenzialmente importante della sua carriera. Solo che lo segnò dopo il suono della sirena. Quello che successe dopo è letteratura. Invasione di campo, arbitri rifugiati negli spogliatoi, i giocatori di Milano che rientrano convinti di aver vinto (nel filmato si vedono un paio di loro – incluso D’Antoni – esultare dopo aver guardato l’arbitro), quelli di Livorno che non capiscono. Si accende una rissa. Montecchi è coinvolto poi scappa via nel tunnel con l’assistente di Casalini, Pippo Faina. Premier resta leoninamente solo contro tutti ma di certo non risulta intimidito. Lo porta via Kevin Restani, ex giocatore e a quei tempi assistente di Alberto Bucci a Livorno, aiutato per un po’ da Flavio Carera e Toni Cappellari.

Nel frattempo, sul tabellone elettronico il punteggio viene corretto a favore di Livorno non si capisce bene da chi e per ordine di chi visto che gli arbitri non sono presenti. La notizia arriva negli spogliatoi, i giocatori dell’Olimpia la apprendono con incredulità, come una mazzata. La Rai mette in sovrimpressione la scritta Livorno Campione d’Italia. Il pubblico festeggia. Wendell Alexis sale sulla struttura del canestro per celebrare. Alessandro Fantozzi in diretta parla di giorno più bello della sua vita. Ma negli spogliatoi emerge la verità: il canestro di Forti non è mai stato convalidato. Cappellari nello spogliatoio degli arbitri si fa consegnare il referto vincente. Lo mostra negli spogliatoi, “ma era passata almeno un’ora”, dice Premier, ed esplode la gioia. Un canestro in più o in meno non avrebbe mai cambiato una leggenda. Ma sarebbe sbagliato dire che vincere quella battaglia, in quel modo, non abbia aggiunto nulla alla storia di quella squadra. Forse non ha aggiunto molto alla storia del club, uno scudetto di tanti, ma quel gruppo di giocatori quel sabato pomeriggio livornese ha sublimato la propria storia.

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