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Olimpia’s Top Moments: Curtis Jerrells e il suo The Shot a Siena

29/03/2020
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Per altri due giorni, mostreremo momenti leggendari, dai significati particolari, che raccontano una significativa parte della storia dell’Olimpia. Dopo l’eroica resistenza ai crampi di Dino Meneghin nella finale di Coppa dei Campioni del 1987 e il tuffo di Bob McAdoo nella finale scudetto del 1989 a Livorno, oggi tocca al Tiro di Curtis Jerrells a Siena nel 2014. Infine, potrete esprimere la vostra  preferenza attraverso i nostri canali social ufficiali. Qual è il più emozionante?

Il playmaker dell’Olimpia 2013/14 doveva essere Andrew Goudelock: con il contratto solo da firmare, si tirò indietro per andare a Kazan, in Russia. Daniel Hackett in estate aveva rifiutato la proposta di Milano, e così la scelta cadde su Curtis Jerrells. Texano di Austin, Jerrells era stato a suo modo un giocatore storico nella storia della Baylor University. La scuola era uscita da un disastro, una storia bruttissima culminata con un omicidio addirittura dentro la squadra, che lo staff aveva cercato di coprire gettando discredito sulla vittima. Smascherata la vicenda, il programma cestistico era stato raso al suolo tra sanzioni, squalifiche, cattive abitudini, indisciplina. Il coach, Dave Bliss, venne ovviamente licenziato e al suo posto arrivò Scott Drew con il compito di ricostruire il programma, ripulirlo, ritrovare credibilità. Aveva bisogno di reclutare qualcuno che accelerasse il processo. Lo individuò in Jerrells e fu così che per Baylor, Curtis si trasformò in una figura in un certo senso decisiva anche al di là della sua comunque strepitosa carriera universitaria.

Finito il college, lasciata Baylor in buone mani e destinata a stagioni superbe, Jerrells transitò per i San Antonio Spurs ma senza resistere fino in fondo. E così nacque la sua carriera europea, al Partizan, al Fenerbahce, al Besiktas (più una brevissima apparizione spagnola) e infine Milano. “Io ho questa capacità di segnare – spiegava – che non tutti hanno, ma da professionista ho cercato di migliorare il playmaking, la difesa, le letture. E di essere meno prevedibile: il mio coach al Partizan mi disse che ero scontato perché, da mancino, se andavo a sinistra lo facevo per attaccare il ferro e se andavo a destra lo facevo per poi arrestarmi e tirare da fuori. Aveva ragione”. Jerrells era partito malissimo a Milano. All’esordio a Brindisi non segnò e a dicembre era considerato prossimo al taglio. Ma quando prima di Natale, l’Olimpia ottenne finalmente il sì di Daniel Hackett, fu MarQuez Haynes a venire scambiato, non Jerrells. Da quel momento in poi, Jerrells fu devastante: finì la stagione di Eurolega con una striscia aperta di 21 gare con almeno una tripla a segno e quando l’Olimpia vinse gara 2 dei playoff con il Maccabi, lui fu nominato Mvp di giornata in EuroLeague.

L’Olimpia vinse tutte le partite di campionato nel girone di ritorno, arrivando a vincerne 19 di fila, 21 contando gara 1 e 2 dei playoff, ma la post-season si rivelò molto più difficile del preventivato: solo 3-2 contro Pistoia giocando gara 5 senza Gentile, squalificato per una rissa in gara 4 con Deron Washington, 4-2 contro Sassari perdendo due volte in casa. Infine, la finale contro Siena e contro MarQuez Haynes: due vittorie facili in casa, due sconfitte allarmanti in gara 3 e 4, poi il clamoroso, deprimente stop di gara 5. Ovvero: il precipizio visto dall’orlo.

Gara 6 fu una battaglia epica. Il palasport di Siena era tutto colorato di verde. La città era conscia di assistere non all’ultima gara interna della stagione, qualunque fosse stato il risultato, ma l’ultima gara di una storia. Il club di fatto era già fallito, abbandonato. La squadra aveva trovato però un manuale di sopravvivenza che oltre a portarla ad un successo dallo scudetto aveva generato consensi. Non c’era pressione su Siena, solo la voglia di completare una cavalcata surreale. E pochi impianti in Europa sapevano essere caldi, aggressivi come quello di Siena in certe condizioni. E così fu una battaglia epica: Langford e Gentile, i due giocatori di maggior talento, segnarono i primi 17 punti dell’Olimpia, ma Samuels commise un fallo in attacco e uno in difesa ritrovandosi presto in panchina per tutto il resto del primo tempo. Othello Hunter, che Samuels aveva asfaltato in regular season, gli aveva preso le misure. Sfruttando velocità, atletismo, agilità, segnò 14 punti nel primo tempo trovando un ostacolo più alto nell’energia di Gani Lawal. Quando anche Lawal ebbe problemi di falli (tre nel secondo quarto), Banchi riesumò CJ Wallace, mestierante in declino ma molto ascoltato dentro lo spogliatoio. Wallace giocò un eccellente spezzone di partita. Lui e David Moss con tagli e giocate intelligenti riacciuffarono Siena quando provò ad andare via di cinque punti. L’Olimpia rispose con un 7-0 e rimise le cose a posto. Ma c’erano altri venti minuti di tensione da smaltire.

Alessandro Gentile si caricò la squadra sulle spalle. Il suo terzo quarto fu straordinario. Arrivò a segnare 21 punti portando la squadra avanti di 11, massimo vantaggio. Fece la giocata dell’anno quando andò dentro esplodendo in aria per schiacciare in testa a Othello Hunter e Tomas Ress, due centri. Ma Siena ebbe un Josh Carter in serata di grazia al tiro. Fece 5/6 da tre. Fu lui a guidare la rimonta. L’Olimpia si bloccò. Nel quarto periodo Banchi chiamò time-out quando Siena si riavvicinò a meno cinque. Ma MarQuez Haynes, che aveva faticato tutta la serie, prese fallo da Hackett su un tiro da tre e mise tre liberi. Poi segnò dall’arco e riportò la Mens Sana avanti di uno. Le risposte di Milano furono: una tripla di Melli, a spezzare il momento favorevole di Siena, poi un’entrata di Gentile a riportare l’Olimpia sul più uno, il primo canestro di Jerrells da sotto per il 72-70. Ma Siena pareggiò ancora. Tentarono Langford e Gentile di riportare l’Olimpia in vantaggio ma senza successo, poi Samuels fece fallo in attacco. E con 35 secondi da giocare, Siena aveva la palla dello scudetto. L’Olimpia aggredì bene sul perimetro, togliendo tutte le opzioni. Infine Matt Janning prese il tiro da tre risolutivo. Non facile ma ben eseguito. La palla ebbe una traiettoria beffarda. Come si dice in gergo, fu “in and out”. Melli mise le mani sulla palla, consegnandola a Jerrells.

La palla la voleva Gentile. Jerrells decise di ignorarlo. Aveva due punti all’attivo ma una strafottente fiducia in sé stesso. Palleggiò sul posto contro Haynes, palleggio incrociato, un passo avanti, uno indietro, quasi sfiorando la linea laterale. E poi il tiro, con tempismo perfetto, per non lasciare nulla sul cronometro. Avesse sbagliato ci sarebbe stato il supplementare. Ma Jerrells non sbagliò. Lo scudetto sarebbe stato vinto due giorni dopo in gara 7. Per tutti quel tiro sarebbe diventato “The Shot”.